Professore universitario di fama, consulente di Ministeri, amico di massoni, esponenti dei Servizi e uomini politici ma anche e soprattutto leader delle Brigate Rosse in contatto con ambienti criminali e dell’eversione internazionale: Giovanni Senzani è una figura chiave degli anni di piombo, un uomo-cerniera capace di muoversi a suo agio in ambienti diversi e apparentemente antitetici tra loro eppure incredibilmente vicini, un uomo simbolo di quelle contraddizioni anche sociali che hanno contribuito ad allargare la base di consenso del terrorismo che ha insanguinato l’Italia degli anni ’70-80. La sua figura sfuggente resta in maniera costante sullo sfondo del caso Moro per poi essere protagonista assoluta del caso Cirillo e infine del delitto Peci.

Sulla sua figura e sul ruolo nelle Brigate Rosse, non si è mai riusciti a fare piena luce. Il mio libro, Il professore dei misteri, edito da Ponte alle Grazie, ha proprio questo scopo: approfondire la biografia di Giovanni Senzani, chiarire il suo ruolo chiave in quelle tragiche vicende.

La vicenda della foto attribuita a Corrado Alunni e pubblicata sul Bollettino dei Ricercati del Viminale subito dopo l’agguato di via Fani ne è l’esempio: l’uomo con la barba cui viene attribuito il nome del leader di Prima Linea somiglia persino nella posa a Senzani ma è fisiognomicamente molto diverso da Alunni. Nonostante questo, diversi testimoni del rapimento Moro lo riconoscono come presente sul luogo del blitz la mattina del 16 marzo 1978.

Senzani è un leader brigatista quantomeno anomalo. Docente universitario esperto di criminologia, frequenta ambienti ministeriali sin dalla fine degli anni ’60, quando effettua una ricerca sulle carceri minorili che viene pubblicata su L’Espresso. Diverse tracce portano addirittura a pensare che durante i 55 giorni, Senzani sia stato impegnato tra gli esperti che al Viminale e non solo studiarono il caso Moro, a cominciare dall’analisi effettuata sui documenti delle Br. Un ruolo di ‘talpa’ che il professore avrebbe svolto sin dalla metà degli anni ’70 all’interno del Ministero di Grazia e Giustizia lavorando per il cosiddetto Fronte della Contro, branca ‘informativa’ delle Br, che si occupava delle inchieste sullo Stato e sulle forze dell’ordine.

roprio in questi ambienti molto diversi da quelli in cui nasce l’eversione di sinistra, Senzani diventa il ‘tramite’ ideale tra quello che Leonardo Sciascia definisce ‘il bracciantato brigatista’ e i cervelli dell’organizzazione, esponenti di quel livello superiore su cui sino a oggi non si è mai fatto realmente luce. Si tratta di quell’organismo decisionale che decreta di fatto la condanna a morte di Moro dopo averne gestito, anche grazie al ‘pm’ Senzani, il processo e il relativo interrogatorio. Un livello che si richiama direttamente all’area di intellettuali ‘simpatizzanti’ della lotta armata e a quella commistione tra ambienti eterogenei che ha ‘mischiato le carte’ del terrorismo nel nostro Paese.

Non è casuale che un fumetto relativo al caso Moro pubblicato da Metropoli, settimanale legato all’Autonomia, dia al personaggio del leader brigatista Blasco, arrivato a Roma per gestire politicamente il caso Moro, proprio le fattezze di Giovanni Senzani.

Nel caso Moro, il ruolo di Senzani emerge nella storia del filmato scomparso dello statista, ripreso nella prigione del popolo. Filmato in cui sarebbe visibile lo stesso Senzani e che, fatto sparire dalla circolazione, diventa anche oggetto di una trattativa politica tra la Dc e il suo leader Flaminio Piccoli e i brigatisti in carcere. Una vicenda di ricatti e messaggi in codice.

Il nome del criminologo tornerà alla ribalta col sequestro D’Urso e in quel periodo emergerà la vicenda della sua identificazione da parte dei brigatisti pentiti Patrizio Peci e Ave Maria Petricola, come uno degli organizzatori del caso Moro. Senzani del resto sarà attivo prima a Genova, città in cui opera una delle colonne brigatiste più importanti d’Italia, e poi a Firenze. La città toscana è cruciale nell’intera vicenda Moro: sede del livello superiore brigatista e crocevia di torbidi rapporti coi Servizi segreti che vedono coinvolto proprio il criminologo.

Ad accusarlo apertamente di essere un doppiogiochista è il vicequestore genovese Arrigo Molinari, uomo legato anche a Gladio, che rivelerà di aver consegnato al generale Dalla Chiesa un carteggio relativo a Senzani poi sparito nel nulla. Senzani ha rapporti quantomeno opachi con ambienti americani e soprattutto con ambienti francesi, diventando il vero ‘ministro degli esteri’ del terrorismo rosso italiano.

Il filo rosso del caso Moro e dei rapporti ‘trasversali’ del professore con ambienti molto diversi da quelli brigatisti si ritrova anche nel rapimento di Ciro Cirillo e nell’assassinio di Roberto Peci, fratello del brigatista pentito Patrizio.

Oggi Giovanni Senzani è un uomo libero: non si è mai pentito e, dopo aver girato un film insieme al regista Pippo Delbono, rifiuta in maniera decisa qualsiasi tentativo di far luce sul suo passato da guerrigliero e, soprattutto, sul suo ruolo nel caso Moro.

Marcello Altamura