“A 40 anni dall’omicidio Pecorelli, l’intrigo non si striga”

La sera del 20 marzo 1979, a Roma, quartiere Prati, vengono sparati quattro proiettili in calibro 7,65.

Il primo sparo in bocca, un bacio mortale e simbolico per imporre il silenzio. Gli altri tre sulla schiena.

Una figura oscura avvolta in un impermeabile chiaro si allontana in fretta, mentre una donna alla guida della sua Fiat 127, si avvicina lentamente verso una Citroen CX Pallas verde, insospettita dal fatto che le ruote posteriori invadono completamente il marciapiede, e la coda dell’auto poggia sulla saracinesca abbassata di un negozio. Quella macchina verde, Franca la conosce bene.

La donna si precipita verso la Citroen, apre lo sportello del guidatore, poi un tuffo al cuore e un urlo che squarcia il silenzio di via Orazio.

La donna corre verso un bar alla ricerca di aiuto, nel frattempo incontra un amico e collega, Paolo.

Ai due si unisce un carabiniere che sta per entrare in servizio, ed in quel momento si trova a passare per via Orazio.

Qualcuno telefona alle forze dell’ordine, poi di nuovo la corsa verso la Citroen.

Dentro quella macchina c’è un corpo rivolto sul seggiolino del passeggero, sul tappetino, vetri, sangue e pezzi di denti mandati in frantumi dalla forza dirompente del proiettile, penetrato sotto al labbro inferiore dell’uomo.

Franca scuote quel corpo che sembra inanimato, lo chiama per nome, un tremore, poi gli ultimi rantoli per restare aggrappato alla vita e poi il nulla.

Così muore l’avvocato e giornalista Carmine Pecorelli, detto Mino, il temuto direttore del settimanale O.P. Osservatore Politico. Chi ha sparato a Mino, ha utilizzato una pistola silenziata. Due delle quattro cartucce sparate sono di marca Gevelot, per niente facili da reperire. Un agguato perfetto ed in contropiede, eseguito con freddezza e rapidità da un killer professionista.

Attorno alla Citroen Pallas i due colleghi, Franca Mangiavacca, compagna e segretaria di Mino e, Paolo Patrizi, braccio destro del giornalista più odiato di Italia, capiscono subito che niente sarà più come prima. Intanto nella mente di Franca, torna come un fantasma l’immagine di quell’uomo con impermeabile chiaro, che si allontana rapidamente dalla macchina di Mino dopo averlo ucciso. Non è riuscita a vederlo distintamente, ma ha la sensazione che possa trattarsi dell’uomo visto più volte davanti alla sede di OP nei giorni passati, come in atteggiamento di pedinamento. Un uomo che non verrà mai identificato.

Nel frattempo, al quarto piano di un immobile in via Tacito 50, a due passi da via Orazio e sede della redazione di OP, ed in via della Camilluccia, nell’appartamento di Pecorelli, scorrono cavi ad altissima tensione che intrecciano politica, mondo militare, industrie, servizi segreti e Vaticano Se ne accorgono subito gli inquirenti, precipitati a cadavere ancora caldo per effettuare perquisizioni e sequestrare tutto il materiale di interesse. Appunti, agende, ma soprattutto fascicoli scottanti provenienti da fonti di altissimo livello dei servizi segreti, con i quali Mino Pecorelli intratteneva profondi rapporti.

Uno di questi fascicoli, sulla cartellina riporta la scritta MI.FO.BIALI. Si tratta di un carteggio esplosivo e compromettente, riguardante lo scandalo dei petroli. Il fascicolo proviene da una fonte dei servizi ed esiste soltanto in singola copia. Come fa a trovarsi nelle mani del direttore di OP?

Della morte di Pecorelli, si cercherà subito di sminuirne il fatto, relegando Mino ad un giornalista di bassissimo livello. Un ricattatore, uno che quella fine se l’è cercata e meritata.

“Quel Mino era una mina, adesso è saltata”, “Un personaggio molto ambiguo”, “Vendeva scandali”. Questi alcuni dei titoli apparsi su quotidiani e periodici nell’immediatezza del fatto.

Adesso, a distanza di 40 anni e dopo diversi procedimenti penali che non hanno portato la verità sul caso Pecorelli e, hanno visto coinvolti sul banco degli imputati personaggi illustri del mondo politico e della Giustizia, possiamo però dire che Mino non era un ricattatore, che Mino non è rappresentato soltanto da quella serie di autoscatti ironici che si era concesso in un momento di spensieratezza e, che la stampa del tempo utilizzò invece per screditare la sua immagine.

Mino era un professionista serio, un giornalista investigativo che si era costruito negli anni una fitta rete di informatori e contatti, in grado di distillare informazioni di prima mano.

Certo, aveva un modo tutto particolare di agire e scrivere, lanciava messaggi trasversali come fossero strali, usava e si faceva usare dal potere. Ma persone come Mino Pecorelli non le fermi, sono mosse da una spinta che mescola entusiasmo, razionale incoscienza, euforia e gusto del criptico, ingredienti spesso necessari a chi va alla ricerca della verità e la vuole divulgare, con mezzi e modi che vanno comunque contestualizzati al periodo storico ed al ruolo del personaggio.

Lo si capisce bene dalla presentazione del primo numero di OP, uscito in pieno sequestro Moro, il 28 marzo 1978 e che vale la pena riportarne degli estratti essenziali:

“Questo settimanale non nasce all’improvviso o per caso, ma trova le sue radici in una agenzia di informazioni, l’OP – Osservatore Politico, che giunta al suo decimo anno di vita ha deciso di uscire dal Palazzo e andare tra la gente, per le strade. Un’agenzia di stampa per chi non sapesse che cosa’è, è come un occhio magico e indiscreto che raccoglie, attraverso i suoi redattori notizie di prima mano e le fornisce agli abbonati: in genere leaders politici, industriali, finanzieri, alti burocrati, magistrati, giornalisti, banchieri ecc.

In questi anni di lavoro l’OP ha rivelato ai suoi lettori in anteprima o in esclusiva, moltissimi dei più grossi avvenimenti che hanno poi occupato le cronache della stampa quotidiana. Centinaia di argomenti, migliaia di anticipazioni, sono le credenziali che hanno fato dell’OP l’agenzia più letta e autorevole. Le basi di questi successi sono state: primari canali di informazioni, serietà delle fonti, massacranti ore di lavoro, impegno, entusiasmo, coraggio. Ma soprattutto rispetto della verità.

In nome di questa verità da tutti sbandierata, ma da pochi rispettata, abbiamo deciso di uscire dal ristretto giro dei vertici dello Stato per andare nelle mani del maggior numero possibile di cittadini.

Parleremo di fatti, di risvolti segreti, indiscrezioni, di retroscena che non troverete mai nei giornali in attesa delle provvidenze legislative.

Solo notizie, solo fatti concreti, talvolta velati da amarezza e da ironia, attraverso i quali il cittadino libero potrà liberamente giudicare uomini e cose.

Oggi per salvarsi ciascuno di noi deve contribuire a combattere a combattere ingiustizie, disordini, terrorismo, malcostume, sfiducia, arroganza.

Per battersi bisogna credere, noi al di là delle forme politiche, crediamo ciecamente nella libertà e nella morale, e siamo contro quanti ci guidano all’insegna della corruzione.”

 

Aldilà dei numerosi moventi ipotizzati e mai dimostrati, forse è proprio questo il motivo per cui Mino è stato ucciso. L’essere passato dalla forma del notiziario ciclostilato su effimera carta velina e riservato a pochi, ad un periodico che mirava a raggiungere il popolo, informandolo sul malaffare che affliggeva l’Italia.

Il caso Pecorelli rimane quindi un mistero? No, forse il termine mistero non è il più adatto. Un mistero è un qualcosa che richiede la controparte della Fede, che va accettato così come è, senza possibilità di perscrutarne la verità profonda, se non attraverso percorsi iniziatici.

Si tratta invece certamente di un segreto, anzi una matassa ingarbugliata di segreti. La verità c’è, ma è velata da una stratigrafia di bugie, depistaggi, dissimulazioni e indicibili realtà.

Il 3 aprile del 1979, Panorama pubblica in copertina la foto di Pecorelli morto, rivolto sul sedile del passeggero della sua Citroen, affiancata dal titolo “Questo morto non vi lascerà dormire, tremano politici, magistrati, banchieri, spie”.

Ancora oggi, forse questo morto continua a disturbare i sogni, perché fare chiarezza sul caso Pecorelli, tirare il filo di quella matassa di segreti, vorrebbe dire srotolare una sequenza di fatti inanellati in decenni di storia di questo paese, con imbarazzanti contorni internazionali.

Articolo di Paolo Mugnai

Fonti

Foto di repertorio in b/n https://thevision.com/cultura/mino-pecorelli-segreti/

Foto OP numero 1 e Panorama 3 aprile 1979 – Archivio privato